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RACCOLTA DIFFERENZIATA

Bolzano e Novara, inceneritore contro porta a porta

 
 E’ stato presentato anche quest’anno il rapporto annuale di Legambiente sulle città ecocompatibili. Bolzano si è attestata al 9° posto nella graduatoria generale, ma come per gli anni scorsi, la sua posizione retrocede di molto se si entra nello specifico dei punteggi, in particolare per quello che riguarda produzione dei rifiuti e la raccolta differenziata.
novara_rd_4miniNella graduatoria delle città capoluogo che differenziano di più, il primato, meritatissimo, spetta a NOVARA, con un risultato che sfiora il 70% di raccolta differenziata sul totale dei rifiuti prodotti, mentre Bolzano si attesta soltanto al 40° posto con il 31%. Perché sottolineare questo dato? Semplice, perché Novara ha più di una similitudine con Bolzano, ad esempio ha la stessa popolosità, intorno ai 100.000 abitanti, e aveva lo stesso sistema di raccolta dei rifiuti, con cassonetti stradali e campane, che aveva Bolzano prima di avviare la raccolta del rifiuto umido.
Nel 2004 un’amministrazione pubblica responsabile e coraggiosa, quella di Novara, è partita con la raccolta differenziata porta a porta di TUTTE LE FRAZIONI di rifiuti, e in soli 3 anni sono passati da una percentuale del 29% di differenziata nel 2003, al 66,9% del 2006!
Dal grafico si evidenzia bene come, una volta partito il Porta a Porta di tutte le frazioni, le percentuali di raccolta differenziata sono schizzate verso l’alto, producendo guadagno dalla vendita del materiale riutilizzabile, mentre le tonnellate di rifiuti conferiti in discarica sono drasticamente diminuite, facendo risparmiare i costi di smaltimento e riducendo i rischi di inquinamento.
A Bolzano invece un’amministrazione comunale tutt’ altro che responsabile e coraggiosa,  spalleggiata da un’amministrazione provinciale che decide a priori la costruzione di un inceneritore da 130.000 ton/anno, hanno partorito una politica di gestione dei rifiuti a dir poco ridicola: si è partiti con la raccolta porta a porta, ma solo dell’umido per le utenze non domestiche nel 2006, allargata nel gennaio 2007 anche alle utenze domestiche. Per il resto tutto come prima, cassonetti stradali e campane, quindi niente tariffa puntuale e niente contenimento dei costi. Risultato ad un anno dall’avvio: 31,3% di raccolta differenziata (in base ai dati di Legambiente, mentre i dati SEAB riportano il 32,1%).
Qualcuno in vena di ottimismi potrebbe obiettare che a Bolzano la raccolta dell’umido per le utenze domestiche  è appena partita (gennaio 2007) e che ad agosto la percentuale di raccolta differenziata veniva stimata da SEAB pari a 39,2%, quindi in crescita rispetto al dato del 2006.
Ma c’è dell’altro. L’obiettivo primario di ogni sensata politica di gestione dei rifiuti deve essere la RIDUZIONE complessiva dei rifiuti prodotti. A Novara, come è visibile dal grafico, dalla partenza del porta a porta, si è avuta un’ inversione di tendenza e la quantità di rifiuti prodotti dopo un anno è scesa e continua a scendere ancora nel 2006.
A Bolzano nel 2006, dopo un anno dall’ introduzione del porta a porta nelle utenze non domestiche, cioè attività commerciali come bar e ristoranti,  la produzione procapite dei rifiuti, non solo non era scesa, ma era addirittura aumentata!
Nel 2006 Bolzano ha prodotto 566,8 kg /abitante /anno. Novara ne ha prodotti 468,2.
A voler pensare male, si potrebbe dire che le scelte rispetto alla tipologia di raccolta dei rifiuti, così come è stata effettuata nel comune di Bolzano, sia finalizzata anche a garantire una certa quantità di rifiuto, indispensabile al funzionamento dell’inceneritore, quello attuale e quello previsto. Altrimenti non ci si spiega come mai la scelta sul tipo di raccolta differenziata per il comune di Bolzano sia caduta su un sistema misto porta a porta dell’umido/campane–cassonetti stradali, che porta solo una serie di svantaggi (costi maggiori di gestione, minori ricavi dal riutilizzo, mancata riduzione dei rifiuti da smaltire) e nessun tangibile miglioramento.
In una provincia virtuosa e forte delle tante eccellenze in campo ambientale, come è l’Alto Adige, con più del 50% di raccolta differenziata nel resto della provincia e fra le prime province in Italia ad applicare la tariffa al posto della TARSU,  lo stato dell’arte riguardo la gestione e lo smaltimento dei rifiuti sono una macchia ancora più vergognosa. Una riflessione su questi dati da parte del comune di Bolzano sarebbe doverosa, così come sarebbe indispensabile un ripensamento complessivo del piano provinciale di gestione dei rifiuti, compresa la costruzione di questo nuovo ecomostro ingannevolmente chiamato termovalorizzatore.
Ridurre i rifiuti, risparmiando sui costi, è possibile. Smaltirli senza l’inceneritore, tutelando la nostra salute e le nostre tasche, anche è possibile.  Lo fanno già da tempo intere province, come quella di Treviso, o città più popolose della nostra.
Perché noi no? 
Paola Dispoto
Bolzano, 19 ottobre 2007
    

Giro, girotondo casca il mondo, casca la terra , tutti giù per terra…

non_rifiutoSul Corriere dell’ Alto Adige di domenica 30.09.2007  troviamo una pagina intera dedicata al riciclaggio dei rifiuti. Il titolo è chiaro: “ I rifiuti diventano risorsa” .
Se i rifiuti diventano risorsa si sarebbe tenuti a pensare che le risorse debbano esserlo per tutti i cittadini.
Ma a pagina 3 dello stesso giornale si parla di “ Aumenti iniqui delle tariffe dei rifiuti”.
Però se la raccolta differenziata sta andando così bene come ci raccontano, perché non se ne vedono i profitti?  
Ambiente e Salute  ha espresso fin dall’inizio grossi dubbi su come era stata impostata la campagna di raccolta dell’umido, ma in generale su tutta la politica di gestione dei rifiuti.
Primo perché il  piano provinciale di gestione dei rifiuti appare un coacervo di buoni propositi in cui si vuole fare i virtuosi della differenziata, dando per scontato allo stesso tempo un aumento progressivo dei rifiuti. Secondo perché, contrariamente ai propositi, tutto il programma  è incentrato sullo smaltimento e sulla sbandierata necessità del nuovo inceneritore da 130.000/ ton/anno.

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Dove finisce la plastica


 recyclingL’articolo dell’Alto Adige di mercoledì 28 marzo fa finalmente un po’ di chiarezza su dove va a finire almeno una parte della plastica Bolzanina e Provinciale. Noi di Ambiente e Salute siamo felici che ci sia qualcuno che voglia costruire in provincia un centro di riciclaggio per la plastica. L’articolo parla chiaramente della plastica raccolta nelle campane (frutto della buona volontà e sensibilità di alcuni cittadini) e di quella prelevata dalla grande distribuzione e produttori locali, ma si tratta di meno del 50% del totale della plastica perché il resto si trova mescolato tra i rifiuti nei cassonetti stradali che molti cittadini evidentemente poco virtuosi vi gettano dal momento che nessuno li costringe a riciclare alcunché. La fonte di questi dati è nientemeno che l’Ufficio Gestione Rifiuti della provincia che fa parte dell’agenzia Provinciale per l’Ambiente. La stessa che nella stesura del Piano Gestione Rifiuti (2º aggiornamento 2000) dice testualmente: «Un discorso a parte va fatto per la raccolta della plastica. In questo caso, l’alto potenziale nella riduzione tramite il sistema dei vuoti a rendere, gli elevati costi di raccolta, la scarsa percentuale rilevata nei rifiuti urbani delle frazioni materialmente recuperabili, le difficoltà nel recupero delle plastiche eterogenee come recupero materiale e non ultima la considerazione che con l’inceneritore di Bolzano si ha un recupero energetico, sconsigliano il rafforzamento delle strutture per il recupero di queste frazioni... In ogni caso la raccolta della plastica è da limitare ai contenitori per liquidi fino a 10 litri (...) trattandosi di raccolte che non sono destinate al recupero materiale, per queste frazioni non vengono definiti obiettivi specifici». Prego i lettori di notare quel: «non ultima la considerazione che con l’inceneritore di Bolzano si ha un recupero energetico», che la dice lunga sulla fine di parte della plastica provinciale (non solo cittadina). Anche la SEAB brilla per l’interesse alla plastica, infatti tra i suoi obiettivi per le raccolte differenziate, la plastica non esiste nemmeno tra l’analisi merceologica dei rifiuti, ci sono umido, carta, cartone e metalli, non c’è altro. La plastica non viene menzionata una sola volta in un volumetto di una ventina di pagine! Un esempio: ogni mattina in piazza Erbe un compattatore della Seab raccoglie gli scarti dei banchi della piazza. Questi sono composti in gran parte da cassette per la frutta e la verdura in plastica, ma anche in legno (riciclabile anch’esso) e da scarti della pulizia delle verdure e della frutta nonché qualche sacchetto di rifiuti domestici lasciati dai passanti. Gli scarti umidi sporcano plastica e legno impossibilitandone il riciclo. Il tutto finisce alla Montello? L’articolo spiega poi che la plastica riciclata è formata da contenitori per liquidi (in linea di massima Hdpe e Pet) da cassette per frutta e verdura (Pp e Hips riciclati) e polistirolo (Ps) e tutto il resto? Questi non sono gli unici imballaggi plastici riciclabili né le uniche plastiche, ce ne sono diverse altre come gli schoppers (Pe) i vasetti dello Yogurt (Ps) le vaschette per alimenti (Pvc), gli imballaggi per alimenti in genere (Ldpe, Pp, Hdpe ecc) e così via per tonnellate di materie prime. Comunque Volcan e Melissano ci danno speranza, se c’è da guadagnare le cose si faranno. Peccato che l’inceneritore per funzionare, abbia bisogno di una gran quantità di energia e la plastica ne è la massima fonte. D’alta parte dove c’è un inceneritore non si differenzia granché e Bolzano è un esempio da manuale col suo misero 30% di differenziata per i rifiuti.
Argante Brancalion

 assoc. Ambiente e Salute

pubblicata sul A.A. del 8.4.07

Trattamento meccanico biologico (TMB)

schema_semplificato_tmb

Il professor Federico Valerio, direttore del Dipartimento di Chimica Ambientale dell'Istituto Nazionale per la Ricerca sul Cancro di Genova, spiega perchè sulla questione rifiuti la miglior tecnica per il residuo non riciclabile sia il Trattamento Meccanico Biologico "a freddo" cioè senza combustione.

 

ReggioNelWeb.it n. 186 del 12/09/2006  

 

Il professori Soyez K. e Plickert S., dell’Università di Potsdam (Germania), sembrano non aver dubbi: i trattamenti Meccanico Biologici (MBT) sono tecnologie alternative all’incenerimento dei rifiuti. Questo è quanto affermato nel loro articolo, pubblicato nel 2003, sullo stato dell’arte dei sistemi di pretrattamento meccanico-biologici e sulle potenzialità dei trattamenti biologici dei rifiuti. E i numeri sembrano dare loro ragione. Il Ministero dell’ambiente tedesco riporta che nel 2005, in Germania, erano operativi 64 impianti MBT con una capacità complessiva di trattamento pari a 6,1 milioni di tonnellate all’anno . Per fare un confronto, la stessa fonte riporta che in Germania, nello stesso anno, erano operativi 73 inceneritori, con una capacità complessiva di 17,8 milioni di tonnellate. Quindi, se è vero che attualmente la Germania incenerisce più rifiuti di quanti ne bio-stabilizza con sistemi MBT, è anche vero che nel 2001 gli impianti MBT operanti in Germania erano solo 2, con una capacità di trattamento di 1 milione di tonnellate. Il crescente interesse sui sistemi MBT si coglie anche dal crescente numero di pubblicazioni tecniche e scientifiche su questo argomento. Ad esempio, la società di consulenza britannica Juniper ha effettuato un approfondito studio sugli impianti MBT operativi nel mondo e nel 2005 individuava, a livello mondiale, 27 aziende impegnate nella realizzazione di impianti MBT. I paesi di appartenenza di queste aziende sono i più vari: Spagna, Turchia, Australia, Israele, Germania, Olanda, Canada, Italia. Queste 27 aziende, al momento dello studio, avevano realizzato 80 impianti MBT, con una potenzialità complessiva di 8,5 milioni di tonnellate/anno e nei loro programmi c’erano altri 43 impianti da realizzare entro il 2006 che porteranno la capacità di trattamento rifiuti, con i loro 143 impianti MBT, a 13 milioni di tonnellate. Per dare una dimensione a questo fenomeno citiamo la stessa Juniper che nel 2000, censiva in Europa 269 inceneritori con una capacità di trattamento di 47,3 milioni di tonnellate. Il crescente interesse per i sistemi di trattamento meccanico biologico dei rifiuti, che sta coinvolgendo anche Inghilterra, Stati Uniti, Cina, deriva dall’alta flessibilità di questi impianti, dai tempi di realizzazione estremamente brevi (18-24 mesi), dai costi di investimento e gestione assolutamente competitivi, rispetto alla "termovalorizzazione". Competitivo rispetto alla "termovalorizzazione" è anche l’impatto ambientale sanitario, intrinsecamente basso negli impianti biologici a “freddo”. La flessibilità riguarda in particolare la possibilità di ottenere diversi risultati, a seconda delle esigenze e della natura degli scarti: produzione di compost di qualità per uso agronomico, inertizzazione della frazione putrescibile e stabilizzazione compatibile con la messa a discarica in sicurezza, produzione di biogas da usare per produrre elettricità e calore o da immettere nella rete di distribuzione del gas, produzione di combustibile da rifiuto utilizzabile in cementifici e centrali termiche, al posto di carbone e coke di petrolio.  Un ulteriore vantaggio delle tecniche di trattamento biologico è che nei rifiuti urbani, circa il 60% degli scarti tal quali è biodegradabile. Questa frazione è trattabile con le tecniche MBT che, con tecniche aerobiche (insufflazione d’aria) eliminano la frazione putrescibile, ossidata ad anidride carbonica e acqua. Il trattamento anaerobico (in assenza di aria) provvede, se necessario, a trasformare in biogas (in prevalenza metano e anidride carbonica ) la frazione cellulosica più resistente alla bio ossidazione.. La frazione non biodegradabile dei rifiuti urbani è composta da metalli, vetro, ceramiche, recuperabili con sistemi meccanici e magnetici dopo la biostabilizzazione e da circa il 10-15 % in peso di plastiche, anch’esse recuperabili, anche se di qualità probabilmente incompatibile con il riciclo. Ovviamente è solo su questa frazione residuale che è il caso di fare valutazioni per un possibile recupero energetico, se non si è proceduto alla separazione e alla raccolta differenziata delle plastiche al momento dell’uso. Pertanto dopo biostabilizzazione, separati con sistemi meccanici e magnetici vetri e metalli , inviati al riuso e al riciclo, abbiamo da decidere che cosa facciamo di quel poco di plastica avanzata alla raccolta differenziata e della frazione organica inertizzata residuale, la cui composizione chimica è prevalentemente simile a quella del compost. Per brevità accenniamo ai risultati di studi in merito alla messa a discarica degli scarti della biostabilizzazione e alla produzione sostenibile di biogas. Un problema che è stato sollevato per la messa a discarica del biostabilizzato è che questo può avere un potere calorifico che, in base al Decreto n° 36 del 13 gennaio 2003 lo rende incompatibile con la messa a discarica e quindi costringe al suo incenerimento.Il citato Decreto che recepisce la direttiva 1999/31 si pone l’obiettivo di ridurre il più possibile le ripercussioni negative sull’ambiente delle discariche e “ non ammette a discarica rifiuti con Potere Calorifico Inferiore (PCI) maggiore di 13.000 chilo joule/ chilogrammo, a partire dal 1/1/2007.” Peraltro lo stesso decreto, all’articolo 7, afferma che” i rifiuti possono essere collocati in discarica solo dopo trattamento” e, è indubbio, che i sistemi MBT siano trattamenti tutt’altro che banali che modificano profondamente la composizione chimica, microbiologica e tossicologica del rifiuto urbano tal quale. Ma non è necessario imbarcarsi in lunghi e costosi contenziosi con le pubbliche amministrazioni, che sembrano propense a favorire i gestori di inceneritori facendo bruciare loro tutto il bruciabile. Un recente studio tedesco (M. Kuehle-Weidermeier. Landifilling of mechanically-biologically preatreated municipal solid waste) ha dimostrato che per abbassare il potere calorifico del prodotto residuale alla biostabilizzazione, basta setacciarlo con setacci da 60 millimetri. Tutto quello che passa sotto al setaccio, pari al 91 % della massa trattata, ha un potere calorifico che non raggiunge le 6.000 chilo-joule/chilo e quindi può essere messo tranquillamente a discarica nel pieno rispetto della legge. La frazione che resta sopra il setaccio rappresenta circa il 10% in peso della massa biostabilizzata che, a sua volta, grazie alla bio ossidazione e alla separazione degli inerti si è ridotta di circa il 40% rispetto alla massa iniziale del rifiuto tal quale, prima del trattamento MBT. In altre parole, da ogni tonnellata di rifiuti tal quale, avanzano circa 60 chili di scarti  ad alto potere calorifico. Il potere calorifico del sopra vaglio è di 13.700 kj/kg, quindi  vantaggioso dal punto di visto energetico, ma, vista la quantità di “combustibile” in gioco ci chiediamo se ci sarà qualcuno disponibile ad accollarsi le spese del loro trasporto e incenerimento, specialmente se, come ci si augura, l’Italia abolirà l’incentivo dei certificati verdi alla elettricità prodotta bruciando rifiuti  in quanto equiparati, per legge, a fonte energetica rinnovabile. A riguardo, sottolineamo il fatto che l’alto potere calorifico della frazione più grossolana del biostabilizzato è in prevalenza attribuibile alla concentrazione, in questa frazione, di plastica , in gran parte sotto forma di fogli e pellicole, e sarà dura sostenere che questa frazione, se usata come CDR o negli inceneritori  possa essere considerata fonte di energia rinnovabile. Nei trattamenti biologici aerobici la frazione cellulosica (carta, cartone, legno) è poco degradata. Per biodegradare questo tipo di scarto è possibile ricorrere alla fermentazione anaerobica che ha il vantaggio di trasformare questi scarti in biogas, una miscela di metano e anidride carbonica che, opportunamente trattata può essere utilizzata a scopo energetico.  Oggi in Europa si contano circa 3000 impianti di biogas, in gran parte collegati al recupero e all’utilizzo del biogas prodotto dalle discariche.Se nelle discariche la produzione di biogas è un evento collaterale non controllato, molto meglio gestire lo stesso processo in impianti dedicati.Con questa tecnica biologica da una tonnellata di rifiuto urbano, si possono produrre, dopo opportune purificazioni del biogas, da 75 a 90 metri cubi di metano, utilizzabili a scopi energetici, in particolare per la produzione combinata di elettricità e acqua calda per usi industriali o teleriscaldamento.Quando non è conveniente realizzare il teleriscaldamento per condizioni climatiche (inverni miti), lontananza della possibile utilizzazione dal punto di produzione, ostacoli urbanistici a realizzare la rete di distribuzione dell’acqua calda, la produzione di biogas offre un’altra interessante possibilità: dopo opportuna purificazione, inserire il biogas direttamente nella rete di distribuzione del gas di città. L’immissione del biogas trattato nella rete di distribuzione è tecnicamente possibile e già realizzato in Danimarca, Svezia, Svizzera, Olanda. Al momento, l’unico ostacolo al diffondersi di questa pratica è l’elevato  costo di purificazione del gas. Una soluzione ci sarebbe! Attribuire gli incentivi dei certificati verdi anche al biogas trattato ed immesso in rete, in proporzione all’energia non rinnovabile che l’uso diretto del biogas ci permetterebbe di risparmiare. E’ vero, l’uso del biogas al posto del metano per bollire la pasta e per riscaldare le case non equivale a produrre energia elettrica, ma la fantasia italica che è riuscita ad equiparare i rifiuti a fonti di energia rinnovabile potrebbe anche trovare una soluzione a questo piccolo problema formale. E questo è un esplicito invito alle attuali forze di governo, in particolare i Verdi e i DS, che dirigono i ministeri competenti e  dai quali ci aspettiamo qualche cosa di intelligente. Peraltro, in questo caso, tutto dovrebbe essere più facile e formalmente corretto. Il biogas è una vera fonte di energia rinnovabile e calore ed energia elettrica rappresentano forme diverse di energia che, non a caso, si possono misurare con le stesse unità di misura. Inoltre per riscaldare l’acqua della pasta e quella della doccia è molto meglio, dal punto di vista ambientale e del risparmio energetico, bruciare direttamente il metano piuttosto che usare lo stesso metano in un generatore a turbogas per produrre elettricità che, a sua volta,  sarà utilizzata per riscaldare la stessa acqua.  E, ne siamo certi, gli Italiani, sarebbero più contenti che i loro soldi, trasformati in certificati verdi, siano utilizzati per incentivare le tecniche di trattamento biologico cosidette "a freddo" piuttosto che i termovalorizzatori.

 

Federico Valerio

Direttore dl Dipartimento di Chimica Ambientale dell'istituto Nazionale per la Ricerca sul Cancro-Genova

Come disfarsi degli inceneritori in due mosse

L'ALTERNATIVA ESISTE - Come disfarsi degli inceneritori in due mosse:
sistema integrato raccolta porta a porta e trattamento biologico

Tre Comuni in Emilia Romagna, Reggio Emilia, Correggio, San Martino in Rio, in loro delibere hanno proposto di considerare come metodo di smaltimento dei rifiuti non riciclabili il Trattamento Meccanico Biologico "a freddo" senza combustione . Un metodo quindi che integrato con l'estensione della raccolta differenziata porta a porta è alternativo alla costruzione di un nuovo inceneritore e permetterebbe anche la chiusura del vecchio forno oggi ubicato nella frazione di Cavazzoli. Sempre più realtà in Europa (da ultima la contea del Lancashire in Inghilterra 1,2 milioni di abitanti) ma anche in Italia dopo una fase di raccolta differenziata spinta, per la rimanente parte non riciclabile stanno adottando sistemi a Trattamento Biologico senza combustione che oltre ad un impatto ambientale-sanitario minimo hanno anche costi di realizzazione e gestione decisamente inferiori rispetto agli inceneritori. Questo metodo è stato "promosso" a pieni voti anche da organizzazioni come Greenpeace che lo propongono come alternativa agli inceneritori.
Questi dissipatori di energia (spacciati per termovalorizzatori) in Italia sono fonte di guadagno per le ex municipalizzate solo grazie ai contributi Cip6-Certificati Verdi che noi cittadini paghiamo nelle nostre bollette Enel (voce A3). Un metodo di finanziamento truffaldino che spaccia per "fonti rinnovabili" gli inceneritori quando l'Unione Europea vieta tutto questo, in quanto Bruxelles non considera i rifiuti non-biodegradabili fonte rinnovabile .Per questo l'UE ha già aperto una procedura d'infrazione contro l'Italia.

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